Jacobs è tornato: la scienza dietro il ritorno di uno sprinter
«Quando l'ho visto, ho sgranato gli occhi.» Con queste parole Simone Collio, ex velocista azzurro, ha descritto il ritorno in pista di Marcell Jacobs. Una reazione istintiva che vale più di molti cronometri, perché racconta qualcosa che la scienza dell'allenamento conosce bene: tornare a correre forte dopo uno stop non è come premere un interruttore. È un processo biologico preciso, fatto di sistema nervoso, tessuti e testa.
Rientrare non vuol dire ripartire da dove ci si era fermati
Il grande equivoco è pensare che la forma sia un serbatoio che si svuota e si riempie. In realtà, quando uno sprinter si ferma, la prima cosa che cambia non è il muscolo: è la capacità del sistema nervoso di reclutare le fibre veloci in modo sincrono. Lo sprint di alto livello dipende dalle fibre di tipo II, a contrazione rapida, ma soprattutto dal comando che le attiva tutte insieme, nel momento giusto, in frazioni di secondo. Quel comando si affina con la pratica e si perde in fretta con l'inattività. È la ragione per cui, al rientro, le gambe «ci sono» ma la brillantezza no.
I tendini: la parte che recupera più lentamente
C'è poi un tessuto che detta i tempi più di ogni altro: il tendine. La stiffness tendinea — la rigidità elastica che restituisce energia a ogni appoggio, come una molla — è ciò che permette a uno sprinter di rimbalzare sul terreno invece di «affondarci». I tendini hanno una vascolarizzazione limitata e si adattano lentamente: servono settimane perché tornino a sopportare i carichi esplosivi della velocità pura. Accelerare questa fase è il modo più veloce per farsi male. Ecco perché un rientro intelligente costruisce prima la base, poi l'intensità — mai il contrario.
Il motore anaerobico e la gestione del carico
I 100 metri sono un gesto quasi interamente anaerobico alattacido: il sistema dei fosfageni (ATP-CP) fornisce energia purissima per pochi secondi. Ricostruire questa qualità richiede lavori brevi, massimali e molto recupero tra le ripetute — l'esatto opposto dell'allenarsi «tanto». Al rientro, la tentazione di accumulare volume per «recuperare il tempo perso» è forte e sbagliata: è la gestione del carico, non la sua quantità, a riportare un atleta in cima.
La testa: la parte di cui si parla meno
Infine c'è la dimensione mentale. Tornare in pista dopo uno stop significa gestire l'attesa, la pressione e il dubbio. La psicologia dello sport parla di regolazione dell'arousal: la capacità di trasformare la tensione pre-gara in energia utile invece che in ansia. È una competenza allenabile quanto la forza, e nei campioni fa spesso la differenza tra un buon rientro e un grande rientro.
Dalla scienza al lavoro: diventare Preparatore Atletico
Leggere un rientro come quello di Jacobs — capire cosa recupera prima, cosa dopo, e quanto caricare senza rompere nulla — è esattamente il mestiere del preparatore atletico. È ciò che si studia nel percorso da Preparatore Atletico di Accademia Italiana Fitness: programmazione e gestione del carico, biomeccanica, riabilitazione funzionale, con pratica guidata in aula. Al termine ottieni il doppio diploma EPS-CONI e il riconoscimento ESWA, valido in oltre 20 paesi europei; e con FitnessWork accedi a oltre 3.000 strutture che cercano professionisti qualificati. Se ami lo sport e vuoi imparare a leggere il corpo come lo si legge a bordo pista, è da qui che si comincia.
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